Le nostre vite private sotto l’occhio
delle auto a guida autonoma

Parlando di «Cose Nuove» abbiamo visto come le auto a guida autonoma siano al centro di progetti decisamente interessanti per lo sviluppo della mobilità urbana.

Nello specifico, abbiamo parlato del progetto Autocits, in corso a Madrid, Lisbona e Parigi per capire come i dati raccolti dai veicoli possano essere usati per capire e migliorare le dinamiche del traffico sulle strade.

Se però ci spostiamo in Inghilterra, sulle self driving cars incontriamo riflessioni di altro tipo, tipiche di una società che ha nel proprio DNA una considerazione altissima per il rispetto della privacy.

Al punto da vedere in quei tipi di veicoli l’espressione di quel Grande Fratello teorizzato decadi fa da George Orwell nel suo romanzo più famoso.

Le self driving cars in Parlamento

 

Non perché siano state elette, ovviamente, ma perché le auto a guida autonoma sono state al centro di un’interrogazione parlamentare promossa da Sir Greg Knight – deputato conservatore ed ex ministro – nei riguardi dell’attuale ministro dei Trasporti, John Hayes (anch’egli conservatore).

Nel quadro della discussione in merito alla nuova legge sulla ricarica delle auto elettriche e sulle auto a guida autonoma (Automated and Electric Vehicles Bill), Knight ha chiesto garanzie sull’uso dei dati raccolti dai veicoli. Perché se è vero che quei dati sono cruciali per l’esito di progetti sulla scorta del citato Autocits, è anche vero che raccontano stralci della vita di tutti noi.

COSA HA DETTO KNIGHT

Ecco le parole del deputato al ministro:

«Posso chiedere se ha pensato alle registrazioni dei dati dei veicoli automatizzati, a quanto tempo dovrebbero essere conservati e a chi dovrebbe avere accesso a tali informazioni? È abbastanza chiaro che le compagnie assicuratrici dovrebbero avere accesso ai dati, e anche la polizia, perché anche se non c’è un incidente il veicolo potrebbe essere coinvolto in un crimine».

«Ma qualcun altro sarà in grado di accedere a questi dati? Qualcuno, ad esempio, come un datore di lavoro che cerca di capire cosa fanno i suoi dipendenti durante il giorno? O magari pensiamo a un avvocato divorzista, che cerca prove dell’adulterio e va a vedere dove l’occupante del veicolo automatizzato si è recato nel pomeriggio».

Un confine sottile e problematico

Insomma, i dati raccolti dalle auto a guida autonoma potrebbero essere utilizzati in tribunale dagli avvocati per costringere qualcuno a staccare un congruo assegno mensile all’ex partner. Così come potrebbero essere utilizzati dal datore di lavoro per capire il comportamento dei dipendenti – pubblici o privati – durante le ore di lavoro. La questione è delicatissima, e solo la risposta precisa a una domanda altrettanto precisa riesce a definire il confine intorno al quale muoversi.

La domanda è: dove finisce il diritto alla raccolta dei dati necessari a provare, anche in tribunale, determinati comportamenti e dove comincia quello, sacrosanto, alla privacy di ognuno di noi?

La risposta del ministro

La risposta del ministro è non è stata precisa, ma gli va concessa l’attenuante della complessità di una questione nuova, su cui non c’è una consuetudine che possa aiutare a capire come comportarsi.

«Lei ha ragione – ha detto Hayes – dobbiamo analizzare attentamente la questione. Le informazioni sono un potente strumento e la raccolta delle informazioni è qualcosa che questa Camera prende in maniera molto seria. Quindi credo che abbia ragione a esplorare questa materia. Spero che possiamo approfondire la questione in maggior dettaglio in Commissione».

E magari quella Commissione aiuta anche noi
ad affrontare il problema

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