Si chiama Asynchronous Spacewarp, o anche AWS, ed è la tecnologia che permette agli Oculus Rift di funzionare, in maniera decente, anche su computer con requisiti minimi inferiori a quelli richiesti fino a qualche tempo fa. In pratica, quando l’applicazione o il gioco necessita di potenza elevata, avviene uno scaling delle prestazioni, che non riduce il rendering delle animazioni, lasciandolo a 90 frame al secondo, così da non causare quello spiacevole effetto che il cervello recepisce come dissonante quando siamo immersi in mondi 3D non perfettamente allineati e sincroni. La novità è stata introdotta con l’ultimo aggiornamento software del sistema, che adesso è in grado di accettare schede video come la GTX 960 e processori a partire dall’Intel i3, decisamente più accessibili di quelli indicati in precedenza (GTX 970, Intel i5) e magari già in possesso di tanti utenti.

Non è perfetto

C’è da dire che lo strumento AWS è tutto fuorché perfetto. Diciamo che dietro potrebbe esservi una sapiente politica di marketing. Oculus, con l’update, si garantisce una fetta di pubblico più ampia, capace di testare gli occhialini su computer da qualche centinaia di euro, senza dover svuotare il portafoglio e aggiornare l’hardware (o peggio, comprare tutto da zero). Non a caso, siamo prossimi al Natale e scommettiamo che in tanti, conoscendo le specifiche richieste per il funzionamento dei Rift, avevano messo da parte l’idea di provare le emozioni del virtuale. Ora potranno farlo, decidendo in futuro di dotarsi di una macchina migliore per godere dei giochi con una qualità maggiore. Inoltre, Oculus a dicembre lancerà Touch, il controller che promette di rivoluzionare il gaming in tre dimensioni, con un’interfaccia più naturale dell’odierno gamepad della Xbox.

Fonte: DataManager.it